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24 MARZO 2016

   
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24/03/2016

DIA E VERIFICA SULLA COMPLETEZZA DELLA DOCUMENTAZIONE

L’ordine di non effettuare i lavori di una Denuncia di inizio attività non può intervenire dopo 30 giorni dalla presentazione dell’istanza se i motivi riguardano l’incompletezza della documentazione.
E’ quanto afferma il Tar Campania con la sentenza del 13 gennaio 2016, n. 140 in merito all’annullamento del provvedimento inibitorio emesso dal Comune dopo 63 giorni dal deposito della DIA per aver riscontrato una documentazione incompleta relativa sia alla rappresentazione dei luoghi (documentazione fotografica) sia alle condizioni dei contigui beni immobili (dichiarazione congiunta del proprietario e del tecnico sulla legittimità urbanistica e sull’assenso dei comproprietari del cortile comune).
Come stabilito dall’art. 23, comma 1 e 6, del Dpr 380/2001 (Tu edilizia) la verifica sulla completezza della documentazione deve essere effettuata entro il termine stabilito dalla legge (ossia 30 giorni) il cui decorso consolida in capo all’interessato la possibilità di eseguire i lavori.
Aderendo ad un orientamento giurisprudenziale consolidato, il Tribunale ha ribadito che “la denuncia di inizio attività è un atto soggettivamente e oggettivamente privato alla cui presentazione può seguire da parte della pubblica amministrazione silenzio di tipo significativo che produce l’effetto di precludere l’esercizio del potere inibitorio” (Cons. Stato Ad.Pl. n. 15/2011).
Diverso il caso in cui le ragioni del divieto risiedono sulla difformità dell’intervento rispetto al titolo edilizio necessario e alle norme che presiedono l’attività edilizia e urbanistica.
In questi la pubblica amministrazione, esercitando i poteri di vigilanza e sanzionatori previsti dall’ordinamento, può intervenire anche dopo la scadenza dei 30 giorni in quanto l’intervento trova il suo fondamento nel generale potere di repressione dell’attività edilizia contrastante con la normativa.
Permesso di costruire: la “materiale consegna” perfeziona il titolo edilizio
Il Permesso di costruire è un provvedimento amministrativo “ricettizio” che viene ad esistenza e si può dire formalmente perfezionato al momento della materiale consegna del titolo.
E’ quanto afferma il Tar Campania con la sentenza del 4 febbraio 2016, n. 666 chiamato a pronunciarsi in merito all’annullamento di un provvedimento comunale con il quale era stato negato il rilascio del permesso di costruire in quanto nel frattempo erano divenute operative le misure di salvaguardia di cui all’art. 12 del DPR 380/2001 (per intervenuta adozione del Piano urbanistico comunale che riclassificava l’area oggetto d’intervento in zona F – attrezzature pubbliche e ad uso pubblico).
In particolare, aderendo ad un orientamento giurisprudenziale (Tar Sicilia n. 181/2001 e n. 678/2009), il tribunale ha affermato che il termine “rilascio” che si rinviene all’articolo 15 del Dpr 380/2001 (il termine per l’inizio dei lavori non può essere superiore ad un anno dal rilascio del titolo) è da ricollegare alla materiale consegna del titolo essendo tale interpretazione più rispondente al lessico del legislatore.
Se quest’ultimo avesse voluto far riferimento alla data di “emanazione” dell’atto avrebbe usato sinonimi quali “data dell’atto” oppure “adozione”.
Il medesimo significato, ha ribadito il tribunale, deve essere riferito anche al termine “rilascio” previsto nell’articolo 12 del Dpr 380/2001 relativo ai presupposti per il rilascio del permesso di costruire.
In particolare, è stato chiarito che non può dirsi perfezionato il relativo procedimento amministrativo se è stato espresso soltanto il parere favorevole della Commissione edilizia comunale pubblicato sull’albo pretorio e non siano stati versati gli oneri concessori. Il permesso di costruire, infatti, deve necessariamente contenere alcuni requisiti formali quali: la fissazione dei termini di inizio e fine lavori; la quantificazione del contributo di costruzione.
Sulla base di tali considerazioni il Tar ha quindi ritenuto legittimo il provvedimento del Comune con il quale ha applicato le misure di salvaguardia ex art. 12 del DPR 380/2001 avendo riscontrato un contrasto tra l’intervento progettato e le previsioni urbanistiche del piano urbanistico comunale sul presupposto che nessun atto conclusivo del procedimento attivato con la richiesta di permesso di costruire era stato perfezionato.

 

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DIA, NON È PIÙ OBBLIGATORIA LA PRESENTAZIONE TELEMATICA
E’ stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 28 gennaio 2016, n.22 il Decreto Legislativo 22 gennaio 2016, n. 10 recante “Modifica e abrogazione di disposizioni di legge che prevedono l’adozione di provvedimenti non legislativi di attuazione”.
Allo scopo di semplificare il sistema normativo e dare maggior impulso al processo di attuazione delle leggi, il provvedimento abroga diverse disposizioni di legge in attuazione della delega contenuta nell’articolo 21 della Legge 124/2015 (cd. Riforma delle amministrazioni pubbliche) volta a sopprimere o modificare le norme che, in vigore dopo il 31 dicembre 2011, hanno previsto l’emanazione di provvedimenti non legislativi di attuazione.
Tra le norme abrogate si segnala quella contenuta nell’art. 23, comma 1ter, ultimo periodo del Dpr 380/2001 (TU edilizia) che demandava all’emanazione di un regolamento l’individuazione dei criteri e delle modalità per l’utilizzo esclusivo degli strumenti telematici ai fini della presentazione della DIA.
La norma era stata introdotta dalla Legge 134/2012 di conversione del Decreto Legge 83/2012 la quale aveva stabilito, come già previsto per la SCIA a norma dell’art. 19 della Legge 241/90, la possibilità che la DIA, unitamente agli elaborati tecnici nonché alle autocertificazioni ammesse, fosse presentata mediante posta raccomandata con avviso di ricevimento ad eccezione dei procedimenti per cui è previsto l’utilizzo esclusivo della modalità telematica. L’intervento normativo era finalizzato a garantire l’uniformità delle procedure sia per interventi soggetti a SCIA sia per quelli tramite DIA (ossia DIA in alternativa al permesso di costruire).
Diversamente da quanto contenuto nella disciplina della SCIA (Art. 19 Legge 241/90) per la DIA (ovvero la DIA in alternativa al permesso di costruire – art 23, comma 1 ter, ultimo periodo) era stata anche specificata la necessità di emanare un regolamento volto proprio ad individuare i criteri e le modalità per l’utilizzo esclusivo degli strumenti telematici ai fini della presentazione della DIA, norma ora soppressa dal Decreto Legislativo in commento.
Sul punto, tuttavia, si segnala che lo scorso 20 dicembre è stato approvato in via preliminare al Consiglio dei Ministri lo schema di decreto legislativo in tema di SCIA attuativo delle delega di cui all’art. 5 della Legge 124/2015 (cd. Riforma delle amministrazioni pubbliche) che tra le altre cose ribadisce l’utilizzo alternativo della modalità telematica e della posta raccomandata per la presentazione della SCIA.

 
Fonte: ANCE Brescia

                   
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24/03/2016

Una guida sulla gestione ambientale: dopo la 14001 aggiornata anche la 14004

A seguito della recente revisione della norma UNI EN ISO 14001 sui sistemi di gestione ambientale (vai all'articolo), è stata ora pubblicata anche la nuova versione della UNI EN ISO 14004 che integra la 14001 aiutando le imprese a ottenere il massimo dal proprio sistema di gestione ambientale.

ambiente worldAl giorno d’oggi le imprese sono tenute sotto costante pressione affinché continuino a migliorare l'impatto che le rispettive attività producono sull’ambiente. Per fare ciò hanno bisogno di un approccio sistematico che le aiuti a realizzare e a migliorare nel tempo il loro sistema di gestione ambientale. Un efficace sistema di gestione ambientale aiuta a misurare e gestire i fattori ambientali, rendendoli positivi non solo per le imprese ma anche per la società nel suo insieme.

La nuova UNI EN ISO 14004 fornisce quindi le linee guida per stabilire, attuare, mantenere attivo nel tempo e migliorare un sistema di gestione ambientale coordinandolo con altri sistemi di gestione. 
"Ciò è particolarmente importante per questa revisione della ISO 14001", spiega
 Daniele Pernigotti, esperto UNI e delegato italiano presso l'ISO/TC 207 Environmental management. "Le novità introdotte dall’HLS (la struttura di alto livello identica per tutte le norme sui sistemi di gestione), quali l’analisi del contesto e gli elementi di rischio ad essa collegata, possono beneficiare delle indicazioni riportate nella UNI EN ISO 14004". 
Le linee guida della norma sono applicabili a qualunque organizzazione indipendentemente dalle sue dimensioni, dalla tipologia e dalla localizzazione sul territorio. La norma internazionale UNI EN ISO 14004 fa parte di una serie di norme sulla gestione ambientale elaborate a livello internazionale dal Comitato tecnico ISO/TC 207, una serie in cui rientra anche la famosa ISO 14001, l'unica che contiene i requisiti che possono essere obiettivamente oggetto di audit ai fini di una certificazione o di un’autodichiarazione.

La UNI EN ISO 14004 contiene invece esempi, descrizioni e scelte che permettono sia di attuare un sistema di gestione ambientale, sia di consolidare le sue interrelazioni con la gestione globale dell'organizzazione.

Sebbene le linee guida di questa norma internazionale siano coerenti al modello di sistema di gestione ambientale della ISO 14001, non sono comunque destinate a fornire le interpretazioni dei requisiti di tale norma. 
"E' bene sottolineare questo punto" – conclude Pernigotti - "
perché nessuna linea guida, nemmeno la UNI EN ISO 14004, può fungere da documento interpretativo della UNI EN ISO 14001. Ogni interpretazione della norma segue un processo ben definito, che prevede in prima battuta il coinvolgimento del GL1 'Sistemi di gestione ambientale' dell’UNI".

Grazie all’alto livello di dettaglio, la nuova edizione della UNI EN ISO 14004 "Sistemi di gestione ambientale - Linee guida generali per l'implementazione" è in grado di fornire un supporto particolare alle imprese che dispongono di risorse limitate o che si sentono insicure sulle fasi di avvio di un sistema di gestione ambientale.
Essa può essere utilizzata sia congiuntamente alla ISO 14001 sia da sola.

Fonte: UNI

     
24/03/2016

Un sistema di business intelligence per l'analisi e il monitoraggio di attività e adempimenti normativi ambientali: il caso Enel Green Power

Nel seguente lavoro di tesi viene presentata la realizzazione di un sistema di Business Intelligence per l’analisi e il monitoraggio degli adempimenti e delle attività di un’azienda che si occupa dello smaltimento di rifiuti e della creazione di energia da fonti rinnovabili, in modo da permettere ai soggetti incaricati di avere una visione completa e aggiornata dell’andamento del loro operato sui vari impianti dislocati a livello internazionale.
Vengono descritte le diverse fasi affrontate durante la realizzazione del data warehouse: lo studio dei processi aziendali, l’analisi e la specifica dei requisiti, la progettazione concettuale e logica dei data mart, l’analisi delle tecnologie e degli strumenti utilizzati, la realizzazione delle procedure di estrazione, trasformazione e caricamento dei dati, la creazione dei cubi Olap e la realizzazione della reportistica e dei dashboard proposti al committente.
Di ciascuna fase si presentano le caratteristiche fondamentali e i problemi riscontrati durante la realizzazione di questo progetto.

Tesi

Fonte: Universita' di Pisa

    
 

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24/03/2016
MUD 2016 – SERVIZIO DI ECOCERVED
Ecocerved informa che dal 12 febbraio 2016 è attivo sul proprio portale il servizio per la compilazione del MUD Semplificato.
La procedura di compilazione è guidata al fine di evitare errori ed imprecisioni e non richiede né firma digitale né pagamento elettronico.
Una volta inseriti i dati sarà sufficiente stampare la dichiarazione firmarla e spedirla alla Camera di commercio, allegando l’attestato di avvenuto pagamento dei diritti di segreteria pari a 15,00 € per dichiarazione.
La spedizione deve essere effettuata mediante raccomandata senza ricevuta di ritorno.
Ricordiamo che la scadenza per la presentazione del MUD è il 30 aprile 2016.

Fonte: ANCE Brescia

     
24/03/2016

GLI ULTIMI INTERVENTI NEL FORUMSICUREZZA ... - Segnaliamo dal nostro Forum le seguenti interessanti discussioni, in continua evoluzione, in materia di Sicurezza e Salute sul Lavoro:

Valutazione Rischio Vibrazioni Corpo Intero senza Misurazion 

Temperatura di infiammabilità del vino 

verbale formazione informazione 
 

Valutazione Formaldeide

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''L'ANGOLO DELLA SICUREZZA ALIMENTARE''

''FOOD SAFETY'S CORNER''

    
24/03/2016

L'olio di palma : il parere tecnico scientifico dell'Istituto Superiore di Sanita'  

Francesca Bardi, Gianna Ciampi, Barbara Niccoli - Dipartimento della Prevenzione di Firenze , AUSL Toscana Centro 

 
Il Ministero della Salute ha richiesto all'Istituto Superiore di Sanita' un parere tecnico scientifico sull' eventuale tossicita' dell'olio di palma come ingrediente alimentare. E' ormai acquisito che i possibili effetti negativi sulla salute legati all'olio di palma sono principalmente riconducibili all'elevato contenuto di acidi grassi saturi e alla sua diffusa presenza come ingrediente nell'industria alimentare, utilizzato per conferire caratteristiche di gusto ,
consistenza, friabilita' e croccantezza. Negli ultimi dieci anni, si e' osservato un trend di crescita dell'utilizzo dell'olio di palma in sostituzione di margarine e burro, perche' piu' resistente ai processi ossidativi e di irrancidimento e piu' vantaggioso economicamente.  
scarica l'articolo
http://www.asf.toscana.it/images/stories/prevenzione/newsletter/olio__di_palma.pdf
 

Fonte: ASF

            
24/03/2016 Sprechi alimentari: la campagna europea Spreco zero
 

Agli inizi di febbraio, Last Minute Market ha annunciato l'avvio della 6 edizione della campagna europea di sensibilizzazione “Spreco zero. Un anno contro lo spreco”.

L'iniziativa, attiva dal 2010, quest'anno pone la sua attenzione allaconservazione del cibo come fattore primario di prevenzione dello spreco degli alimenti e riduzione della quantità di rifiuti prodotti in ambito domestico, che, secondo le indicazioni dell'UE, dovranno ridursi del 50% entro il 2025.

spreco alimentare_famiglieOgni famiglia, in Italia, getta in media 650 grammi di cibo ogni settimana, ma con il cibo si buttano via anche soldi: 6,7 euro ogni settimana, che corrispondono ad oltre 300 euro ogni anno.

Quest'anno, quindi, una particolare attenzione sarà dedicata al monitoraggio dei“Diari di famiglia”, dove ogni famiglia annoterà, per una settimana nel mese di aprile, la quantità e la tipologia degli alimenti gettati e la modalità di smaltimento, compreso

  • lo smaltimento attraverso gli scarichi domestici, latte, succhi di frutta o caffè avanzato che si gettano nel lavandino,

  •  lo smaltimento come cibo per gli animali da compagnia.

Il monitoraggio scientifico dello spreco alimentare delle famiglie attraverso i diari (Wastebusters) coinvolgerà 100 famiglie, che si sono candidate attraverso www.lastminutemarket.it e www.unannocontrolospreco.org, e sarà validato scientificamente dall'Università di Bologna – Distal. I dati che emergeranno da quest'indagine saranno resi noti il 5 giugno in occasione della Giornata mondiale dell'Ambiente.

Lo scorso anno sono già stati realizzati test pilota, dai diari emergono i numeri reali dello spreco di cibo a livello domestico: la quantità di alimenti gettati risulta di circa il 50% superiore a quella percepita e dichiarata nei sondaggi. In realtà, gli italiani buttano, circa 13 miliardi di euro ogni anno.

Il cibo sprecato nelle nostre case non costituisce solo un rifiuto ma, come abbiamo più volte detto, rappresenta un costo economico per le famiglie ed un costo ambientale per la società.

Dalle recenti analisi sembra emergere un legame tra lo spreco domestico e la conservazione degli alimenti, per questo Waste Watcher insieme all'Istituto per gli imballaggi ha dedicato attenzione al packaging con un duplice obiettivo: favorire la conservazione degli alimenti e ridurre al minimo l'impatto ambientale.

Dall'inchiesta condotta da Waste Watcher 2016 emergono alcuni dati:

  • l'85% dei consumatori è consapevole dell'importanza dell'imballaggio rispetto alla conservazione o deperibilità del prodotto,

  • il 64% degli intervistati considera l'imballaggio indispensabile,

  • il 56% è disposto “a pagare qualcosa di più per avere imballaggi che aumentino la probabilità di utilizzo del prodotto”, riducendone lo spreco,

  • il 93% sceglie la confezione sulla base della sua funzionalità mentre il 90% sulla base della possibilità di riutilizzarlo,

  • il 64% preferisce confezioni piccole, ritenute anti-spreco rispetto a quelle di grandi dimensioni,

  • il 91% è attento alla data di scadenza nelle etichette.

Sempre a proposito di dati, il nuovo sondaggio di Waste Watcher – Knowledge for Expo, l'Osservatorio dedicato ai temi dell'alimentazione, dell'agricoltura, dell'ambiente e della sostenibilità, ha focalizzato l'attenzione su tecnologia e spreco alimentare, che, nel nostro piccolo, avevamo affrontato in una nostra ARPATnews.

Grandi aspettative si nutrono verso il frigorifero intelligente in grado di avvisare sulle date di scadenza dei cibi, anche se un italiano su 5 dichiara di essere impreparato o impaurito difronte alle tecnologie intelligenti. 4 italiani su 5, invece, si dichiarano incuriositi o soddisfatti delle tecnologie che possono favorire la riduzione e prevenzione dello spreco alimentare.

Fonte: ARPAT

    
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24/03/2016 Una pianta Ogm per sconfiggere la siccità
Negli Stati Uniti già qualche anno fa il dipartimento dell’Agricoltura
approvava la vendita di una varietà di mais ottenuto con tecniche di ingegneria genetica e capace di resistere alla siccità: il genoma della pianta contiene un gene del Bacillus subtilis (conosciuto anche come bacillo del fieno) che riduce le conseguenze della scarsità d’acqua per la capacità di fotosintesi della pianta. Altri Paesi hanno continuato su questa strada. L’Argentina ha recentemente dato il via all’immissione in commercio di soia resistente agli stress idrici grazie all’impianto di un gene del girasole. In entrambi i casi la direzione è lo sviluppo di colture “ogm” in grado di far fronte alle conseguenze dei cambiamenti climatici in atto, nel caso specifico alla siccità. Ma si tratta realmente di una soluzione praticabile?
Stando al rapporto della Fao
The impact of disasters on agriculture and food security negli ultimi 30 anni alluvioni, siccità, tempeste legati ai cambiamenti climatici sono notevolmente aumentati, sia in termini di intensità che di frequenza. Ciò ha provocato perdite ingenti al settore agrario, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo con conseguenze anche di scarsità alimentare. Alluvioni e tempeste colpiscono molti Paesi asiatici. Nel 2010 le alluvioni in Pakistan, ad esempio, hanno colpito 4,5 milioni di lavoratori, due terzi dei quali erano impiegati nel settore agricolo e più del 70% dei contadini ha perso oltre la metà del reddito atteso. La siccità invece è un’emergenza nell’Africa sub-Sahariana e incide pesantemente in un settore, quello agricolo, che costituisce un quarto del Pil. Si è calcolato che, tra il 1991 e il 2013, a seguito di importanti siccità le perdite totali nell’agricoltura e nell’allevamento siano state di circa 31 miliardi di dollari. Un problema quello della siccità che, sebbene particolarmente sentito nei Paesi in via di sviluppo, non è esclusivo di questi.
Poter disporre di piante transgeniche capaci di tollerare lo stress idrico potrebbe dunque costituire una risposta al pericolo siccità. “Le potenzialità esistono – sottolinea Margherita Lucchin, professoressa di genetica agraria all’università di Padova – sono di grande interesse e val ben la pena di continuare su questa strada”. La docente entra nel merito della questione con qualche precisazione: “La resistenza alla siccità è un carattere complesso. Le piante hanno molti meccanismi per tollerare lo stress idrico. Possono modificare il loro apparato radicale, controllare la traspirazione e dunque l’apertura stomatica per limitare la perdita di acqua, possono resistere alla siccità sintetizzando dei composti che danno osmoprotezione (che mettono in atto cioè meccanismi capaci di contrastare gli effetti dannosi degli stress, Ndr). Non è semplice pertanto individuare un gene che dia resistenza alla siccità”. La strategia da seguire consiste nell’individuare tra tutti i geni coinvolti nella tolleranza agli stress idrici, in vie metaboliche differenti, quelli che hanno un ruolo determinante, così da poterli trasferire per ottenere piante transgeniche con una maggiore capacità di resistenza alla siccità. “A livello internazionale – dice Lucchin – qualche prodotto è già in commercio, anche se talvolta con risultati non univoci, e la ricerca sta proseguendo su questa strada. Ben diversa invece è la situazione nel nostro Paese”.
In Italia manca la possibilità di fare ricerca sulle piante transgeniche, sottolinea Lucchin. Si sono raggiunti risultati interessanti nella comprensione dei meccanismi di attivazione e regolazione dei geni coinvolti nella tolleranza agli stress, e nell’innovazione tecnologica. Ma qui ci si ferma. “Il nostro gruppo, nell’ambito di un progetto
 Ager, ha individuato dei geni coinvolti nel controllo della tolleranza alla siccità nell’apparato radicale e a livello fogliare nella vite. Ora tuttavia manca la possibilità di completare il lavoro”. La docente spiega che vengono condotti esperimenti di trasformazione genetica in laboratorio, ma solo su piante modello e in celle climatiche. Ma è cosa ben diversa osservare il comportamento di una specie in campo.
Nonostante la situazione critica su questo tipo di studi, recentemente in Italia sembra esserci un’apertura nei confronti della cosiddetta “cisgenesi”. Si tratta sostanzialmente di trasferire geni all’interno della stessa specie, o tra specie tassonomicamente affini. Un’operazione, dunque, che può avvenire in maniera convenzionale anche attraverso l’incrocio. Le tecniche di ingegneria genetica permetterebbero però di agire in maniera più mirata e di accorciare i tempi. Si parte dall’esplorazione del
germoplasma di una specie, cioè la biodiversità all’interno di una stessa specie, si individuano le varianti genetiche con la caratteristica di resistenza allo stress idrico (ma anche ad altri tipi di stress di tipo biotico, come nel caso di parassiti, o abiotico, causati da carenze di nutrienti o acqua), si studiano dettagliatamente questi geni per capirne il reale peso sulla manifestazione del carattere a livello fenotipico. A questo punto si può pensare di trasferirli con un approccio di cisgenesi per ottenere varietà più tolleranti agli stress idrici. “Certo – precisa la docente – a questo punto andrebbe modificata anche la legislazione, dato che a livello europeo non si fa differenza tra cisgenesi e transgenesi, dunque non si pone l’accento sul tipo di modifica, ma sulla tecnica con cui la modifica è stata introdotta”.
Accanto a quelle citate esiste un’altra tecnologia molto innovativa e recente, il genome editing, che consiste nel produrre in maniera mirata mutazioni all’interno di un singolo gene, ad esempio “spegnendo” un gene che dà suscettibilità a una qualche tipologia di stress. “Siamo ancora in una fase molto iniziale – sottolinea Lucchin – ma si tratta di una tecnologia interessante che potrebbe portare a risultati anche in tempi relativamente brevi”. Anche in questo caso però in Italia manca una spinta alla ricerca nel settore.
Monica Panetto

Fonte: il BO

          
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